Comincia la missione di Maria, con questo primo di molti report entriamo nella sua esperienza africana...

 

3-3 h2115

L'Africa si fa sentire sin dall'atterraggio: scendiamo dall'aereo e il caldo fa subito sembrare ridicole le nostre giacche, le maglie di lana e le scarpe pesanti. Mi preparo a una lunga attesa al controllo passaporti, che si rivela in realtà piuttosto informale, con uno scambio di numeri di telefono finale, in cui finisco per dare al doganiere, come già a Daniele, il mio unico contatto in Burkina, ovvero il cellulare di père Henri, di cui peraltro non conosco nemmeno il cognome. Per un attimo mi diverto a immaginare un ufficiale in divisa che viene a cercarmi nella brousse, chiedendo di tanto in tanto ai passanti dove può trovare una nazara (i bianchi qui li chiamano così) in compagnia di un misterioso prete cattolico. Poi vengo travolta dal circo della caccia alla valigia. Mi maledico per non aver acquistato una valigia di un colore impossibile, anziché un grosso trolley nero, assolutamente uguale a quello di tutti gli altri, e mi rassegno a girare  da un lato all'altro del punto di consegna man mano che i bagagli sono scaricati a mano, trascinandomi dietro una micidiale valigia rossa, mentre mi faccio largo nel mucchio di gente che sta facendo esattamente lo stesso. Recuperato il malloppo (nutella+parmigiano+tante altre cosette molto meno importanti), mi avvio all'uscita, cercando di richiamare alla mente la faccia del père. Non ci avevo pensato: al buio i neri sono difficili da vedere, figuriamoci da riconoscere. Oltretutto il buon padre si è nascosto per godersi la scena, ed esce allo scoperto solo quando i tassisti improvvisati che mi si propongono diventano soverchianti.

Il resto del viaggio è una corsa in pick up attraverso la periferia della città  e poi lungo una strada che attraversa la savana. Il primo tratto è  illuminato: sotto ogni lampione c'è un ragazzo che studia. Al secondo villaggio giriamo a sinistra e lasciamo l'asfalto per la terra battuta. Scopo del gioco è avvistare i barrages (guadi asfaltati più o meno improvvisati di una serie di fiumare in secca), prima che loro ti facciano capottare fuori strada. Il mio accompagnatore sembra piuttosto ferrato in materia e così a mezzanotte e mezza approdiamo all'ospedale di Nanoro. Il profumo delle acacie in fiore è qualcosa di indescrivibile: quando finalmente raggiungo la mia stanzetta sono stanca, ho caldo, ma sono felice.