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Il GPS non ne vuole più sapere.

Questa volta ce l’ha vinta lui e nonostante i vari tentativi di accendi, spegni, riaccendi… mi ritrovo chissà dove senza poter nemmeno imprecare contro qualcuno perché sono solo, solo con lui, lui si, quell’ago elettronico che improvvisamente ha deciso di cambiare il mio corso.Frugo nelle tasche dello smanicato, di quelli belli sapete, in rete tinta sabbia, da fotografo, qua e là trovo di tutto; filtri, pellicole vecchie ancora da sviluppare (chissà che c’è impresso sopra!?), un coltellino svizzero che non trovavo da molto tempo, qualche vite, un paio di elastici, del nastro americano, dei sassolini… ma nemmeno una mappa. Quando si dice il caso!Eppure ne ho sempre con me, per affezione al vecchio modo di muoversi. Le ho sempre aperte per fare amicizia con i locali, magari per chiedere qualche indicazione o anche solo per fantasticare su una prossima meta mentre ancora non avevo raggiunto quella per cui ero lì… ed ora? Gia… ora!?

Dopo qualche chilometro mi fermo a ridosso di un’acacia enorme, di quelle che danno molta ombra, proprio nel mezzo di un wadi particolarmente calmo e invitante. Decido di restare quanto basta per raccogliere le idee, fare il punto della situazione ed escogitare qualcosa da farsi, qualcosa per uscirne indenne ancora una volta.Passano un giorno ed una notte, o forse più… solo una volpe pallida fa capolino ai piedi al mio sacco a pelo, forse cerca qualche avanzo di cibo, o forse mi deve parlare… Io non mi capacito della stupidità in cui sono sprofondato, fiero dell’esperienza accumulata, forte della padronanza dell’elettronica moderna… e scemo, proprio perché solo, senza backup, senza idee, senza. Scavo per seppellire i pochi rifiuti della cena (li avevo lasciati fuori, sognando una sua visita) mentre il fuoco mattutino riscalda l’acqua per il the quando un rottame di metallo riaffiora. Ricorda una scatoletta di tonno, lì sepolta magari da quarant’anni, la prendo in mano, le levo la sabbia di dosso, la giro e… sotto un vetro scheggiato scopro un ago! È una vecchia bussola, nemmeno troppo malmessa e per giunta funzionante. La trepidazione si impadronisce dei miei pensieri, subito mi allontano dall’auto per valutare se il magnete è integro, faccio una decina di passi e lui punta con sicurezza il Nord! Bene! Ora so dov’è casa, perché io sono certamente a Sud di essa, dato che sono nel Sahara…

Non resta che sapere cosa c’è intorno a me… ma si fa sera.

Ancora una notte che scorre silenziosa, questa volta riesco a chiudere occhio e nemmeno il passo dell’amica dalla coda argentata mi sveglia (era un pò che ero li, e quasi la vedevo mentre, furtivamente, cercava di capire cos’ero). Arriva mattina, esco dal sacco e guardo in terra; tracce fresche e chiare, lasciate proprio da lei, come per invitarmi a seguirla… non un alito di vento, non un raggio di sole a rischiarare il wadi, decido quindi di indugiare a muovermi e preparo il solito the alla menta. Riprendo la bussola e guardo le tracce, puntano a Est. Mi avvio con passo sostenuto ma dopo quasi un’ora si dissolvono. Mi giro da ogni parte cercandole ma nulla da fare, lei è scomparsa come un fantasma e mi ritrovo nel mezzo di un paleo-suolo ricoperto di perline di pietra rosa e silice. Tutto intorno dune di media altezza, quasi si trattasse una preistorica piscina costruita per un’antica Regina delle Sabbie. Metto mano alla borraccia per bagnarmi le labbra, mi siedo a contemplare il paesaggio e attendo.

Non so cosa , ne perché, ma attendo… La sabbia sotto di me è ancora tiepida nonostante il freddo pungente della notte, e affondo la mano come un bambino in spiaggia quando costruisce la pista per le biglie. La liscio, la sento tra le dita, ci faccio dei disegni nel tentativo di distogliere la mente dai cattivi pensieri, quando qualcosa mi incuriosisce! Subito mi inginocchio e scavo, scavo ed ecco spuntare un foglio di carta. È una vecchissima “Michelin 193”. La tiro fuori, la sbatto per bene e la spulcio in silenzio, gli occhi fissi su di lei, come se giocassi una mano a poker con l'ignoto. Mi accorgo immediatamente che qualcuno l’aveva già usata prima (quei tratti ad inchiostro, dovevano essere un buon segno...), e nonostante il tempo, sono ancora leggibili alcuni spezzoni di griglia long/lat, e tra essi seppur sbiadite, si intravedono alcune oasi sparse qua e là. Allora mi dico, “nulla è ancora perduto!”, viveri e acqua sono ancora in abbondanza, ed ora ho in una mano la bussola e, nell’altra, una cartina… vecchia è vero, ma pur sempre una cartina! Salgo sulla duna più alta e comincio a scrutare l’orizzonte nel tentativo di trovare un paio di riferimenti utili a stabilire la mia posizione. Col binocolo vedo una catena montuosa sulla destra, proprio al limitare della visuale, e volgendomi dalla parte quasi opposta ad essa, ecco un Erg magnifico, con dune altissime, tutte allineate e che puntano verso Nord/Est. Non un’esitazione, non c’è tempo per ammirare tale bellezza!

Traguardo con l’ago magnetico, prima uno, poi l’altro rilievo, successivamente cerco sulla mappa qualche analogia geografica e… “TROVATI! FINALMENTE!” Sembrano proprio l’Erg Chech e le Montagne dell’Ifoghas.

Due rapidi conti, troppo facili, tanto che li faccio e rifaccio più volte, nello sforzo di scacciare i Djinn che dispongono dell’ansia dell’uomo… traccio quindi due rette con l'impazienza di vedere in quale luogo si intersecano. Quel luogo è nel bel mezzo del vuoto più assoluto. In verità speravo in qualcosa di meglio (si sa, quando ci si ritrova persi è facile convincersi che la civiltà sia a pochi passi), ma mi faccio coraggio, perché anche se sono nel vuoto, ora so dove sono! Torno sui miei passi. Frettolosamente racimolo le cose del campo e prendo l’auto… parto verso quei riferimenti certo che più oltre ci sono delle oasi. Però, strada facendo, accade qualcosa di strano… Più le ruote corrono sulla sabbia e più quei cordoni si allontanano, anche le montagne sulla destra diventano meno visibili.

Ma non mollo, e giù il piede! 

Riapro la cartina con una mano, mentre con l’altra cerco di non darla vinta alla “tole” che intanto massacra le sospensioni, e mi sforzo di individuare nuovamente quelle due figure familiari, ma non ci sono più, proprio come le tracce lasciate il giorno prima dall’amica a quattro zampe… svanite! Passano invano le ore, finisce il gasolio e ancora nulla attrae la mia attenzione, non mi resta che girare chiave e attendere. “Qualcuno magari passa di qua, perché oramai devo essere vicino a qualche villaggio!” Guardo il contachilometri, segna 871 dall’ultimo azzeramento.

Torno a sedermi sulla cresta e, toh… delle tracce di volpe! E là in basso, che bella acacia! Che strano scherzo del destino.

Tra me e me, sorrido…

 

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Questa mattina l’aria è più fresca del solito.

Erano giorni che non si respirava così bene, tanto che quasi me ne ero perso il ricordo. Tutto intorno alla tenda vedo solo rami, rocce nere e ancora rami. E poco oltre c’è il fango, e acqua, e ancora fango. Meno male che tredici giorni fa scelsi come dimora questa impercettibile altura tra gli enormi alberi di Kapok. Subito accendo il fuoco per scaldare qualcosa per colazione, che ne so, del the con biscotti sarebbe davvero il massimo… Lo sguardo va in direzione della macchina, sistemata poco sotto. Chissà se parte e chissà se, una volta accesa, potrà muoversi!? Perché altrimenti mi toccherà stare qui per chissà quanto ancora…

Tredici giorni prima avevo tracciato nella mia mente e poi sulla carta una linea che valicava queste cupe e selvagge montagne, per poi scendere fino alle foreste del Sud, attraverso gli impenetrabili grovigli di alberi di Teak e mangrovie, segnati da sottili vie d’acqua e punteggiati qua e là da piccoli villaggi Baka. Qualche momento di riflessione, un bel sospiro, e mi avviai… Ormai i chilometri non si contano più, perché non passano. Nessuna previsione potrà essere rispettata perché l’ambiente tutto intorno non ti rispetta, gioca per vincere. Le ore scorrono inesorabili, tra una buca e l’altra, ora immerso nel fango nero che blocca ogni movimento voluto, ora con ascia e machete in mano nel tentativo di liberare dalla vegetazione qualche metro di un’improbabile pista. La fatica è enorme, il sudore che scende attira nuvole di fastidiosi mut-mut, ma la sensazione che si ha ad essere li, solo, in quel mare verde, mi ripaga. Almeno fintanto che riesco a ragionare.

Ragionare… bel dilemma! Come si fa a restare saggi quando ad ogni metro fatto altri cento, più duri, ti si presentano davanti? E come si fa a rimanere padroni di sé quando il buio arriva prima di quando ti aspetti, e sei ancora in quel pantano fino alle cosce!? Tredici giorni e solo 30 chilometri… e non importa più quanti ne mancano, spero solo che questa fresca mattinata sia il preludio di un cambiamento, che tra poco la smetta di piovere, che il sole faccia la sua comparsa dato che così è sempre stato in questo periodo, per secoli, tranne in questi tredici stramaledetti giorni! Non vedo l’ora che i suoi raggi arroventati ridiano fiducia e vigore agli arti intirizziti e doloranti per il pesante lavoro… e che si asciughino le pozze almeno quel pò che serve per continuare.

ZOT!… Sono sotto la macchina, parcheggiata lungo l’assolato e caotico lungomare, con due nuove molle da montare, l’olio da sostituire, tutti i fissaggi da ripassare… e il frigo è pieno di bottiglie di Awooyo. L'aria frizzante del tropico mi porta un suono. L'avverto appena, è una nenia dolcissima… fatta di flauti di canna e gravi tamburi, voci ritmate di donne e bambini che ridono… Con la spalla sinistra mi asciugo il sudore, misurando il gesto, per non lasciarmi sfuggire una sola battuta di quell’armonia quando noto, con la coda dell’occhio, uno stemma ricamato sulla manica logora e unta di grasso: “Mud & Glory”.

Senza rendermi conto esco da li sotto, metto mano al frigo, me ne stappo una e bevo d’un fiato.


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